Roma – Fondi – Foggia

4 mesi / 17 Docenti
Corso di Agricoltura 4.0

dal 21 Febbraio al 30 Maggio

8.jpg

17/12/2019 Ercole Amato0

Realizzato in collaborazione con il Centro di Ricerche Economiche Giuridiche (CREG) e in convenzione con il Centro Ricerche in Scienze Ambientali e Biotecnologie (CESAB)

E’ attivato nell’Anno Accademico 2018/19 dall’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Dipartimento di Economia e Finanza (Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”) in collaborazione con il Centro di Ricerche Economiche Giuridiche (CREG) e in convenzione con il Centro Ricerche in Scienze Ambientali e Biotecnologie (CESAB), il Corso di formazione in “Economia, diritto e innovazione tecnologica nell’agricoltura 4.0”.


joao-marcelo-marques-Qp0lt8ehfjg-unsplash-1-1200x674.jpg

Oltre ai due punti già citati, il recupero dell’ex Istituto Strampelli di Rieti può orientarsi verso un terzo e un quarto indirizzo di impegno.

Il terzo punto riguarda la possibilità di ospitare parte delle attività del Centro Internazionale per lo Studio delle Spezie e degli Aromi Naturali (Cissan) fondato da Dipartimento DAFNE della Facoltà di Agraria dell’Università di Viterbo, dal Dipartimento DMS della Facoltà di Medicina della Sapienza e dall’Istituto Professionale di Stato per l’Agricoltura (IPSAA) di Rieti. Le attività da intraprendere in questo settore si basano sulla ricerca nell’ambito delle spezie e degli aromi naturali. Oltre a ciò si considerano: la formazione di specialisti nel settore; l’informazione tecnico- scientifica; la consulenza ai soggetti che ne facciano richiesta; la divulgazione al grande pubblico dei vari aspetti del mondo delle spezie e degli aromi.

Da un’accurata ricerca condotta nel settore risulta che qualcosa di analogo esiste solo presso Calcutta dove è situato l’Istituto Indiano per la Ricerca sulle Spezie (IIRS), che appare efficiente e ben organizzato e si occupa fondamentalmente degli aspetti legati alla coltivazione delle spezie, impegnando oltre 160 unità di personale di cui 42 ricercatori. Nel mondo occidentale oggi non esiste nulla di simile e quindi si va ad occupare uno spazio quasi vuoto che potrebbe risultare di grande interesse a livello internazionale specialmente dopo l’attribuzione all’Italia (Parma) dell’Agenzia Europea per l’Alimentazione.

La struttura, oltre ad offrire al Centro una sede di grande prestigio, può portare in dote il significativo patrimonio fondiario che garantirebbe uno spazio più che sufficiente per le coltivazioni, sperimentali o dimostrative, delle varie spezie.

L’ultimo punto riguarda l’offerta di uno spazio museale ed espositivo in campo agroambientale, unica al mondo, con l’avvio di un’attività espositiva permanente. L’Istituto conserva una collezione di profili pedologici rappresentativi di tutto il territorio italiano che possono essere catalogati e diventare un importante riferimento per la formazione e la divulgazione scientifica.

Infatti esiste una pedoteca con oltre 22.000 campioni di suolo, collezionati nella partecipazione al progetto AGRIT (MIPAF) e nella attività propria. Inoltre l’Unità è anche sede di un erbario contenente circa 2.500 spighe di grano derivanti dalle prime sperimentazioni sulla ibridazione dei frumenti (1904/ 1918) condotte da Nazzareno Strampelli, fondatore della Regia Stazione di Granicoltura, e di una collezione di ampolle contenenti cariossidi di cereali (circa 3.000 ampolle) datate fino ai primi anni ’40. Quindi questa storica collezione di frumenti selezionati dallo stesso Nazareno Strampelli non può essere dimenticata e le bacheche dell’Istituito possono essere opportunamente pubblicizzate, fornendo un valore testimoniale di enorme importanza per la comunità scientifica e un sicuro elemento di richiamo nei programmi di educazione e formazione delle scuole locali. Inoltre può essere realizzato un museo delle spezie che avrebbe carattere di assoluta novità a livello nazionale.

Queste proposte possono rappresentare la conseguenza logica della attività dell’ex Strampelli. Oltre a tutto ciò, è stata sviluppata una proposta relativa alla istituzione di una Fondazione per divulgare l’attività dell’illustre genetista, anche con l’affidamento di borse di studio e con la partecipazione a progetti di ricerca in questo settore con il contributo di fondi europei.

 

CONCLUSIONI

Si ritiene che con questi elementi sia possibile attribuire un ruolo di riferimento di grande interesse per le attività tecnico-scientifiche del settore agroalimentare, forestale e ambientale del comprensorio territoriale di Rieti, ponendo particolare attenzione alle sedi storiche, tra cui l’ex Strampelli è certamente la più importante, oltre che ricca di significati nella scienza applicata in agricoltura; bisogna avere il costante coraggio di mantenere quei riferimenti che rappresentano dei valori indelebili per la nostra Repubblica e la nostra scienza, e lo Strampelli di Rieti detiene certamente questi requisiti.


carl-nenzen-loven-_ADe4aHDHEk-unsplash-1200x929.jpg

La stazione di ricerca per il miglioramento genetico del grano, che fin dai primi del 900’ fu istituita a Rieti e fondata dall’illustre genetista Nazzareno Strampelli, ha una storia complessa. L’intuito di Strampelli lo portò ad adottare inizialmente un metodo di incrocio senza conoscere quanto aveva già sperimentato Mendel, dato che le sue scoperte furono pubblicate solo 20 anni dopo, nel 1910. Quindi, quasi in concomitanza Strampelli a Rieti stava facendo la stessa cosa, avendo poi conferma di aver intrapreso la strada giusta. Queste fondamentali scoperte scientifiche diedero subito dei risultati, determinando il raddoppio dei raccolti (da 8 a 16 q.li l’ettaro) e migliorando la resistenza ad alcuni patogeni e avversità. Dopo un primo ventennio di successi si aprì la cosiddetta “battaglia del grano”, ma il lavoro di miglioramento genetico continuò assiduamente e durante la fine degli anni 30’, Strampelli istituì l’Istituto di cerealicoltura a Roma, lasciando comunque una buona parte di attività sperimentale a Rieti.

Ma data la centralità dell’Istituto di Roma nel 1954 il Ministero dell’Agricoltura destinò la sede Rieti allo studio della pedologia, quale succursale dell’Istituto di Difesa del Suolo di Firenze, facendogli subire già un primo forte declassamento di prestigio, ma consentendogli di effettuare delle ottime ricerche in questa disciplina. Questa collocazione venne confermata con il DM 1318/67 che aggiornò le mansioni di tutte le sedi di ricerca riferite a questo Dicastero, indicando 28 Istituti centrali e 54 sedi periferiche, tra cui lo Strampelli di Rieti, il cui declino era già cominciato con il precedente deterioramento dei rapporti con Firenze. Da qui comincia la storia recente.

Ai fini di un possibile recupero si parte dalla intenzione di valutare dei settori originali al fine di evitare sovrapposizioni con le attività svolte da altri istituti regionali e nazionali, e che siano sufficientemente innovativi da consentire alla Unità di ricerca uno sviluppo quanto più rapido possibile. Oltre a ciò si pone attenzione su una serie di considerazioni quali: le attività abbiano ricadute applicative di immediato interesse per il territorio; le nuove attività possano comprendere le tradizionali competenze dello “Strampelli” per non disperdere il patrimonio strumentale esistente; favorire sinergie con altre realtà di ricerca e formazione della città di Rieti e la cosiddetta apertura verso il pubblico, anche attraverso la disponibilità a fornire servizi.

Su queste basi la Unità di Rieti può orientarsi verso quattro indirizzi di impegno.

Il primo riguarda lo sviluppo della tradizionale attività in campo pedologico con lo scopo di raggiungere diversi obiettivi, tra cui la redazione della Carta pedologica regionale, che rappresenta uno strumento indispensabile per la programmazione ed il monitoraggio nei settori agricolo, forestale ed ambientale. Oltre a ciò fornire al mondo accademico il necessario supporto di competenze e di esperienze per assicurare una valida formazione degli studenti in campo pedologico. Nella sede ex Strampelli esiste un moderno laboratorio attrezzato per l’esecuzione delle analisi dei suoli, inserito nella rete SILPA (Società Italiana dei Laboratori Pubblici di Agrochimica) per la revisione dei metodi ufficiali di analisi. Quindi l’unità può fornire servizi esterni e consulenze sia ad organismi pubblici che a singoli privati, oltre a figure professionali come agronomi, forestali, geologi, ingegneri e a tutti co- loro che operano nell’ambito del territorio, dell’ambiente e della natura. La funzionalità del laboratorio può costituire sia una fonte di reddito nel soddisfare a pagamento tali richieste, che un servizio per altre strutture CRA.

Il secondo indirizzo concerne il mantenimento delle attuali attività della Unità retina, che in un trentennio di attività, si è occupata dello studio del suolo dal punto di vista genetico e della sua conservazione attraverso misure e stime dell’erosione secondo diversi modelli di gestione agrotecnica. In questa logica ha proseguito con lo sviluppo e il miglioramento della tartuficoltura, definendo le caratteristiche pedologiche dei suoli predisposti ed ottenendo in questo campo ampi riconoscimenti internazionali, tant’è che al momento i ricercatori che vi operano sono universalmente considerati come i maggiori ed unici esperti del settore. Da circa un decennio sono stati effettuati studi tra caratteristiche dei suoli e le caratteristiche qualitative delle produzioni agricole tipiche, considerando la qualità delle produzioni agricole sotto il profilo della organoletticità, sanità, salubrità e nutrizionalità. E’ stata dimostrata una stretta relazione tra proprietà fisico-chimiche del suolo e i componenti della granella, come il contenuto di microelementi, antiossidanti, fibra, proteine, aminoacidi, ecc. Queste ultime attività sono specifiche della missione affidata alla Unità di Rieti, non esistendo altra sede CRA o altro Ente di ricerca (CNR, Università) che si occupi di tali tematiche, risultando pienamente inserite nelle problematiche dell’agricoltura appenninica.


jasper-boer-1fUu0dratoM-unsplash-1200x785.jpg

Parlare di sviluppo sostenibile vuol dire comprendere le modalità con cui noi possiamo agire all’interno dell’ambiente. Agire sull’ambiente, o meglio nell’ambiente, vuol dire operare in un sistema complesso adattivo formato al suo interno da una infinità di sottosistemi anche essi complessi. Parlare di sviluppo sostenibile vuol dire dunque comprendere quali siano le modalità con cui noi possiamo inserirci, con le nostre azioni, all’interno di questo processo di cambiamento. Fondamentale, oltre alla conoscenza del luogo in cui operiamo, è di conseguenza la consapevolezza delle proprie azioni, la quale deriva proprio dalla analisi e comprensione delle relazioni tra gli elementi. Solo in questo modo è possibile costruire un modo di agire consapevole che ci porti a controllare, anche se mai totalmente, il nuovo sistema che si viene a generare in relazione alle nostre azioni.

Parlare di sviluppo sostenibile vuol dire comprendere le modalità con cui noi possiamo agire all’interno dell’ambiente.

Di conseguenza la prima domanda da porsi è cosa sia l’ambiente e quali siano i termini che lo connotano.

Lungi dal voler fare una dissertazione filosofica che esula dal campo di questo intervento, si vuole portare l’attenzione sugli elementi che definiscono il significato di tale parola.

Il termine italiano ambiente deriva dal latino “ambiens, -entis”, participio presente del verbo, sempre latino, “ambire”, il cui significato è “andare intorno, circondare”.

Tale significato è sottolineato dal prefisso “amb-“, in greco “amphi-” (amfi-), che viene ad indicare un percorso circolare.

Da qui l’etimologia del verbo italiano “ambire”, dunque “desiderare, aspirare”, dal latino “ambire”, derivante dall’azione compiuta dai candidati a cariche pubbliche che andavano in giro per la città per procacciarsi i voti per la loro elezione.

Tale azione, l’atto del circondare, aggiunge al termine una connotazione dinamica.

Riprendendo questi concetti possiamo dunque comprendere come l’ambiente non sia un qualcosa di immutabile ma, al contrario, si configuri proprio come un sistema generato dalla relazione, dal dialogo tra gli elementi che lo compongono e le azioni, le dinamiche che tra questi elementi intercorrono.

Senza cambiamento non esiste ambiente.


karsten-wurth-karsten-wuerth-ZKWgoRUYuMk-unsplash-1200x675.jpg

Per verificare la compatibilità ambientale di una azione o di una attività è necessario avere una serie di metodologie e strumentazioni atte a qualificare, leggere e misurare le modiche che andiamo ad apportare all’interno dell’ambiente.

Tra i più utilizzati abbiamo la VAS, la VIA e l’LCA.

Ognuno di questi metodi, pur con le inevitabili sovrapposizioni, è finalizzato all’analisi di precise azioni in una determinata fase della attività progettuale:

La loro differenziazione dipende da vari fattori: la scala dell’intervento, il momento in cui si viene ad effettuare tale verifica, l’oggetto della verifica, la modalità con cui viene svolta l’azione ed altri ancora.

la VAS, Valutazione Ambientale Strategica: Riguarda i piani ed i programmi che possono avere impatti significativi sull’ambiente e sul patrimonio culturale.

E’ uno strumento finalizzato a controllare progetti a vasta scala, quali ad esempio in architettura un piano urbanistico che definisce l’uso del territorio prima che vengano progettate le azioni, le opere su di esso.

Può essere definita come un processo decisionale di strategie.

 

la VIA, Valutazione di Impatto Ambientale: La VIA è uno strumento di supporto alle decisioni che ha lo scopo di individuare, descrivere e valutare, preventivamente, l’impatto ambientale di determinate e definite azioni.

E’ uno strumento che si concentra su progetti di opere o azioni già in parte redatti, magari anche solo a livello preliminare, fornendo indicazioni utili allo sviluppo, disegno, del progetto.

Può essere definita come un processo decisionale di progetti.

la LCA, Life Cycle Assessment, Analisi del Ciclo di Vita: LCA è l’acronimo di “Life Cycle Assessment” che può essere tradotto nell’italiano “valutazione ambientale del ciclo di vita dei prodotti.

Secondo la ISO 14040 è una tecnica per valutare gli aspetti ambientali e i potenziali impatti lungo tutto il ciclo di vita di un prodotto o di un servizio.

Questo strumento è utilizzato soprattutto in campo industriale, ed ha per finalità il controllo di tutto l’iter di un oggetto industriale, dalla produzione fino alla dismissione e alle strategie di riciclo e riuso.

Da questo deriva inoltre lo strumento del LCD, Life Cycle Design, il progetto del ciclo di vita, che si pone come strumento propositivo finalizzato alla sostenibilità ambientale già nel momento della ideazione, progettazione di un nuovo oggetto di produzione industriale o anche di un servizio.

 

 

 


claudio-testa-SO3JtE3gZo-unsplash-1200x750.jpg

La relazione dinamica che si viene ad instaurare tra gli elementi che compongo un luogo è il fattore chiave che definisce il “disegno dell’ambiente”, inteso come caratteristiche, qualità e modalità di agire.

Così, ad esempio, di conseguenza, il carattere di un paesaggio non sarà dato dalla sommatoria delle singole parti che lo compongono ma dalla modalità con cui queste si relazionano ed interagiscono, dunque dal sistema che esse vengono a formare.

Agire sull’ambiente, o meglio nell’ambiente, vuol dire operare in un sistema complesso adattivo formato al suo interno da una infinità di sottosistemi anche essi complessi.

Applicando questi concetti a tutto ciò che ci circonda, diviene chiaro come ogni modificazione che noi andiamo ad introdurre vada a modificare le relazioni tra i vari elementi componenti il sistema, i quali a loro volta andranno a costruirsi, evolvendosi ed adattandosi autonomamente, una nuova relazione sia tra loro che con i sistemi esterni.

Parlare di sviluppo sostenibile vuol dire dunque comprendere quali siano le modalità con cui noi possiamo inserirci con le nostre azioni all’interno di questo processo di cambiamento.

Fondamentale, oltre alla conoscenza del luogo in cui operiamo, è di conseguenza la consapevolezza delle proprie azioni, la quale deriva proprio dalla analisi e comprensione delle relazioni tra gli elementi.

Solo in questo modo è possibile costruire un modo di agire consapevole che ci porti a controllare, anche se mai totalmente, il nuovo sistema che si viene a generare in relazione alle nostre azioni.

Da qui la definizione di ambiente come luogo delle trasformazioni governate.

 

 

 

 

 

 


paul-hanaoka-BJ25B9sonUs-unsplash-1200x798.jpg

Per misurare la sostenibilità ambientale delle nostre azioni dobbiamo definire quali sono i principi comuni con i quali valutare ciò che produciamo con le nostre attività, al fine di comprendere, almeno ad ampia scala, cosa sia corretto, e cosa non sia corretto, fare.

Proprio da questa riflessione nasce la definizione di sviluppo sostenibile formulata dalla Commissione Mondiale per l’Ambiente e lo Sviluppo nel 1987:

Lo sviluppo sostenibile, lungi dall’essere una definitiva condizione di armonia, è piuttosto un processo di cambiamento tale per cui lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti, l’orientamento dello sviluppo tecnologico e i cambiamenti istituzionali siano resi coerenti con i bisogni futuri oltre che con gli attuali.[1]

La sostenibilità è di conseguenza il punto di incontro tra sostenibilità economica, sociale ed ambientale intese come:

Sostenibilità economica: capacità di generare reddito e lavoro per il sostentamento della popolazione.

Sostenibilità sociale: capacità di garantire condizioni di benessere umano equamente distribuite.

Sostenibilità ambientale: capacità di mantenere qualità e riproducibilità delle risorse naturali.

Da qui la cosiddetta regola dell’equilibrio delle tre “E”: ecologia, equità, economia.

Un approfondimento ulteriore da compiere riguarda la comprensione della modalità con cui sono interrelati questi tre concetti.

Questi infatti sono strettamente correlati tra loro da una molteplicità di connessioni.

Di conseguenza non devono essere considerati come elementi indipendenti, ma devono essere analizzati in una visione sistemica: solo attraverso la loro interazione è possibile contribuire al   raggiungimento di un fine comune e, di conseguenza, agire in modo sostenibile all’interno dell’ambiente.

Qualsiasi intervento di programmazione, qualsiasi azione, realmente sostenibile non può mai prescindere dalla verifica di tutte e tre queste dimensioni.

Queste inoltre non sono sullo stesso piano ma una contiene l’altra, generando un modello a centri concentrici in cui quella ambientale contiene quella sociale, la quale, a sua volta, contiene quella economica.

Di conseguenza l’economia esiste all’interno di una società ed entrambe esistono nell’ambiente.

Importante inoltre è essere consapevoli che la lettura, il significato, il senso, che noi diamo a questi tre principi non sono immutabili ma variano con il modificarsi della nostra cultura, del nostro modo di vedere ed interpretare i luoghi e le nostre azioni.

L’ambiente artificiale, quello da noi prodotto, ha una struttura geologica come quello naturale.

Ciascuna fase storica sedimenta i propri prodotti, frutto delle sue tecniche, delle sue forme di organizzazione sociale, dei suoi sistemi di consumo, della sua cultura.

Di conseguenza, ad esempio, ciò che la cultura contadina ha prodotto è diventato altro per la cultura industriale e urbana, e, tutto questo diventa altro ancora per le fasi a venire.

Questo concetto deve essere tenuto sempre ben presente nel momento in cui si va a leggere il significato di una azione compiuta all’interno dell’ambiente.

[1] Rapporto Brundtland, Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo, 1987


nasa-Q1p7bh3SHj8-unsplash-1200x798.jpg

19/12/2019 Ercole Amato0

La certificazione Bioagropro segue l’approccio dell’agricoltura di precisione perseguendo i seguenti obiettivi: qualità alimentare e sostenibilità ambientale, monitoraggio da remoto delle coltivazioni in campo, dei trattamenti irrigui, dei fertilizzanti o dei diserbanti, applicazione di tecnologie innovative come la blockchain per garantire la filiera produttiva e la tracciabilità, gestione automatizzata del registro dei trattamenti e degli altri documenti necessari per l’agricoltura sostenibile. 

Il risultato è un sistema agricolo di produzione a basso impatto ambientale in quanto garantisce il controllo della produzione allo scopo di ridurre al minimo il ricorso a mezzi tecnici e prodotti chimici che hanno un impatto sull’ambiente o sulla salute dei consumatori, cercando di soddisfare le esigenze di un’agricoltura di mercato.

La certificazione viene realizzata seguendo le linee guida indicate dai disciplinari redatti dal Gruppo di Ricerca Bioagropro e misurando i progressi conseguiti con sistemi automatizzati di diagnosi remota delle aziende agricole; prevede in particolare la certificazione di un processo di produzione che coniuga buone pratiche agronomiche con un sostenibile uso di fertilizzanti e prodotti fitosanitari in modo da garantire l’economicità delle pratiche agricole e allo stesso tempo un basso impatto ambientale.

Il processo di certificazione Bioagropro prevede:

  1. Definizione di uno standard produttivo mediante uno specifico disciplinare redatto dal Gruppo di Ricerca;
  2. Verifiche di conformità allo standard sulla base dei dati che affluiscono dal sistema di misurazione in remoto attivo sul campo da parte dei soggetti certificatori (CESAB/CREG Università di Tor Vergata);
  3. Certificazione della conformità del processo e uso del marchio distintivo per contraddistinguere la qualità gestionale dell’impresa.

Il processo di certificazione è molto semplice, automatizzato, e abbatte i costi di certificazione.

Tutto il processo viene effettuato direttamente online attraverso le seguenti fasi:

  • adesioni al sistema da parte di tutti i soggetti della filiera (produttori agricoli, confezionatori, trasformatori, distributori);
  • acquisizione dei dati dal campo in modo automatizzato;
  • valutazione dei dati attraverso una piattaforma informatica dedicata accessibile  tramite qualsiasi terminale (smartphone, tablet, pc) dall’impresa agricola, dai certificatori e dai consumatori finali; 
  • rilascio della certificazione finalizzata all’uso del marchio agro-climatico-aziendale;
  • estrazione di report ai fini statistici.

La piattaforma tecnologica si compone di una rete di sensori e di un portale di interfaccia.


3.jpg

18/12/2019 Ercole Amato0

LA FILIERA DELL’AGRICOLTURA 4.0 

(Fonte: Osservatorio Smart Agrifood) 

L’Agricoltura 4.0 da un lato può ridurre i costi di realizzazione di prodotti di alta qualità, dall’altro far crescere i ricavi grazie ad una maggiore riconoscibilità o garanzia, ad esempio con sistemi di anticontraffazione o di riduzione dei prodotti non conformi esportati. Ma l’innovazione digitale consente anche di intervenire a supporto dell’intera filiera, garantendo    sostenibilità a tutti gli attori del settore, inclusa la produzione in campo.

LE TECNOLOGIE CHE ABILITANO LE SOLUZIONI DI AGRICOLTURA 4.0

In %. (Fonte: Osservatorio Smart Agrifood) 

Nonostante i benefici in termini di riduzione dei costi, di qualità e resa del raccolto, la diffusione di queste soluzioni è ancora limitata e oggi meno dell’1% della superficie coltivata complessiva è gestito con questi sistemi.

L’adozione dell’agricoltura 4.0 incontra infatti in Italia diversi ostacoli: barriere culturali nei confronti della tecnologia, con scarsa consapevolezza dei benefici dell’innovazione, ma anche una certa immaturità da parte dell’offerta, che solo oggi si sta strutturando per offrire soluzioni effettivamente in linea con i fabbisogni delle aziende.

Non va poi dimenticata la ridotta dimensione media delle aziende agricole, con la difficoltà a investire e apprezzare i benefici delle tecnologie di precisione.

In questo modo la massa di dati raccolti non viene valorizzata attraverso l’analisi che meriterebbe. È necessario, pertanto, che le aziende adottino una logica di piattaforma integrata, per far confluire al proprio interno i dati, elaborarli e armonizzarli per supportare decisioni e azioni tempestive.

Il vantaggio immediato derivante da un processo di certificazione basato sulla capacità di evoluzione tecnologica dell’impresa agricola e quindi sull’effettivo incremento dell’efficienza della produzione finalizzato al miglioramento della qualità alimentare consiste nella valorizzazione dell’origine dei prodotti, nel processo produttivo garantito e nella sicurezza attraverso soluzioni innovative per comunicare ai consumatori informazioni di prodotto (consigli nutrizionali) e di processo (origine, tracciabilità e impatto ambientale). 

L’ADOZIONE DI TECNOLOGIE 4.0 PER LA TRACCIABILITÀ 

In %. (Fonte: Osservatorio Smart Agrifood) 


randy-colas-gy1GyTnYYzQ-unsplash-1200x800.jpg

16/12/2019 Ercole Amato0

La Commissione parlamentare europea Pest incaricata, dopo le polemiche sull’impiego del glifosato, di indagare sulla procedura di autorizzazione dei pesticidi nella UE, ha più volte denunciato nel corso del 2018 e 2019, in riferimento all’EFSA, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, la mancanza di mezzi per attuare una vigilanza efficace sull’impiego dei pesticidi in agricoltura e evidenziato l’esistenza di conflitti di interessi e di mancanza di trasparenza nell’azione di controllo svolta dai tecnici impegnati nel sistema pubblico di monitoraggio.

Sono oggi disponibili le tecnologie per migliorare la resa e la sostenibilità delle coltivazioni, la qualità produttiva e quella di trasformazione, nonché consentire un monitoraggio oggettivo e non modificabile delle pratiche agronomiche in tempo reale accessibile alla stessa impresa agricola e agli organi di controllo deputati alla verifica della sostenibilità ambientale delle coltivazioni e dell’efficienza generale della gestione aziendale.

Non sono pochi gli esperti in materia tecnologica e legale a vedere nella blockchain, la tecnologia dei registri inviolabili e distribuiti, la strada maestra per garantire in modo certificato trasparenza e tracciabilità di un determinato prodotto lungo l’intera sua filiera, rafforzando la fiducia tra produttori e consumatori (che possono accedere, al pari delle autorità competenti, alle informazioni crittografate nella rete tramite smartphone, leggendo l’etichetta intelligente applicata alla confezione) e riducendo ai minimi termini il rischio di contraffazioni.

Sensori e beacon (piccoli dispositivi che abilitano connettività senza fili a breve distanza) sono nello specifico le tecnologie digitali oggi più diffuse (oggi arriviamo al 44%, fra tre anni si salirà al 56%) e subito dopo c’è la blockchain (attualmente al 15% e con una proiezione di arrivare al 40% fra tre anni).

Le tecnologie dell’agricoltura di precisione (basate su Internet of Things e Big Data Analytics) e quelle dell’agricoltura interconnessa (il cosiddetto “Internet of Farming”) costituiscono l’Agricoltura 4.0 che, attraverso l’analisi incrociata di fattori ambientali, climatici e colturali, consente di stabilire il fabbisogno irriguo e nutritivo delle coltivazioni, di prevenire patologie,  di identificare gli infestanti prima che proliferino, di compiere interventi mirati, di risparmiare tempo e risorse e di incidere sulla qualità dei prodotti, oltre a migliorare la resa delle coltivazioni e le condizioni di lavoro.

Sensori posizionati nei campi o sui trattori, droni, algoritmi di big data analysis, applicazioni informatiche di supporto decisionale ma anche logistica controllata, smart packaging ed etichette intelligenti sono in grado di assicurare finalmente un vero sviluppo dell’agricoltura secondo un approccio eco sostenibile che contemperi le esigenze economiche dell’impresa con quelle della tutela del territorio e, quindi, della salute dell’uomo.